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Gestire l’ansia da prestazione: soluzioni dallo sport per imprenditori e professionisti

Esempi e studi che ti aiuteranno a gestire e controllare lo stress da prestazione. L’intuizione di Gareth Southgate.

 

Si parla sempre più spesso di sindrome da burn out e di come gestire la pressione lavorativa. Un argomento complesso, che implica moltissimi fattori e che può influenzare in maniera considerevole l’esito di un lavoro o l’andamento di una attività imprenditoriale.

Si sono scritti fiumi di articoli, teorie, libri sull’argomento, per poter gestire la pressione e incanalarla positivamente, utilizzandola come volàno per raggiungere i propri obiettivi. Recentemente è stato pubblicato un libro decisamente fuori dal coro, che ha riscosso un enorme successo tra gli sportivi, e in particolare tra gli appassionati di calcio, ma anche tra coach, manager e imprenditori.

Nel suo “Undici metri. Arte e psicologia del calcio di rigore”, il giornalista sportivo britannico Ben Lyttleton spiega gli aspetti tecnici, statistici, balistici ma soprattutto psicologici degli istanti che precedono un calcio di rigore, attraverso le storie di uomini (e donne) il cui nome è rimasto indissolubilmente legato a questo fatto sportivo, peculiare del calcio.

La Nazionale Inglese di calcio ha sempre avuto un rapporto difficile con i calci di rigore. Ogni volta che una partita si è conclusa con lo spareggio ai rigori, la squadra ha sempre perso il match. Sarà anche per questo che gli inglesi tendono a parlare di “lotteria dei rigori”, riducendo il tutto a questioni di mera fortuna o sfortuna. Fino a quando, almeno, il Commissario Tecnico della Nazionale Inglese ai Mondiali 2018, Gareth Southgate, non ha definito l’atto di tirare un calcio di rigore come “una performance in cui mettere in gioco le proprie abilità mentre si è sotto pressione”. E fu così che, dopo 28 anni, l’Inghilterra vinse una partita ai rigori, battendo la Colombia e arrivando in semifinale.

In occasione dei Mondiali 2018 Southgate, la cui carriera calcistica fu condizionata nel 1996 proprio da un rigore sbagliato contro la Germania, ha svolto un inedito lavoro preparatorio sui suoi giocatori, focalizzandosi sulla gestione della pressione e portandoli ad aprirsi e a superare le proprie inibizioni attraverso un vero e proprio percorso psicoterapeutico.

Ecco, allora, cinque lezioni tratte da diverse storie sportive che offrono interessanti spunti su come affrontare lo stress e l’ansia da prestazione, e che possono rivelarsi utili in qualunque situazione ci metta sotto pressione, come ad esempio un esame, un incontro di lavoro, un discorso in pubblico o un elevator pitch.

L’importanza di fare pratica

“I rigori? Una lotteria affidata al caso. Non c’è allenamento che tenga”.

Questo è quanto tendono ad affermare gli allenatori, soprattutto dopo una sconfitta.

“Non c’è allenamento che tenga” perché determinate condizioni di pressione si verificano solo in particolari momenti, e sono a loro volta influenzate da molte altre variabili, tra cui il carattere, la personalità e la situazione emotiva di ogni singolo giocatore.

Southgate, invece, ha cercato di abituare la propria squadra a questo tipo di condizioni, facendo ad esempio percorrere ai giocatori più e più volte il famigerato tragitto dal centro del campo al dischetto di rigore, o facendoli esercitare ai tiri dagli undici metri dopo due ore di intensi allenamenti, ricreando così condizioni fisiche e mentali molto simili a quelle vissute dai giocatori dopo novanta minuti di gioco e trenta minuti di tempi supplementari.

L’unica cosa a cui pensa un calciatore prima di tirare un rigore, soprattutto se gli è già accaduto in passato, è “Non devo sbagliare”. Questa ansia, questa paura mina la sua concentrazione, facendogli dimenticare quanto si sia allenato per quello, quanto sia perfettamente in grado di colpire una palla e scaraventarla in rete. Southgate ha cercato di allenare i suoi giocatori a provare quella stessa ansia e quella stessa paura, abituandoli a concentrarsi sull’obiettivo da raggiungere e non sulla paura di non riuscirci.

Nel 2018 il golfista Francesco Molinari ha utilizzato un approccio simile nella propria disciplina, lavorando sulla gestione della pressione e dell’adrenalina e sulla consapevolezza e la fiducia nelle proprie capacità, arrivando a vincere la prestigiosa Ryder Cup. Anche il vincitore del Tour de France 2018, il corridore britannico Geraint Thomas, ha dichiarato di aver tratto enormi benefici proprio dalla preparazione svolta sulla gestione della pressione.

Tutti questi atleti devono parte del loro successo all’aver capito che per saper gestire in ogni situazione le proprie abilità bisogna abituarsi a metterle in gioco nelle condizioni più difficili, allenandosi ricreando tutte le possibili condizioni di ansia e stress psicofisico in modo da essere preparati ad affrontarle se e quando arriverà il momento.

Questo approccio è altrettanto efficace nella vita professionale. Se devi prepararti ad un discorso in pubblico, è inutile farlo imparandolo a memoria da solo, magari seduto o sdraiato sul divano. Arriverai molto più preparato al fatidico momento esercitandoti in piedi, davanti ad altre persone, ad alta voce. Cerca inoltre di prevedere i possibili fattori di rischio preparando un piano B. Devi tenere una presentazione che implichi la proiezione di slides? Ok, allenati a gestire la cosa anche semplicemente con una lavagna e un pennarello, o prepara una copia cartacea della presentazione da poter distribuire al pubblico in caso si verifichi un problema tecnico.

Non potrai mai replicare del tutto le condizioni di ansia, ci sono troppe variabili. Ma allenandoti ad affrontarle potrai comunque imparare a gestirle.

Prenditi tutto il tempo che ti serve

Prima del “metodo Southgate” i giocatori inglesi erano molto precipitosi nel tirare i rigori. Le analisi dei tempi di reazione effettuate durante le partite più importanti tra il 1990 e il 2012 mostrano un tempo medio di 0.28 secondi tra il fischio dell’arbitro e lo scatto verso il dischetto di rigore. Era proprio una prerogativa della Nazionale Inglese, nessun altro giocatore di nessun’altra squadra attendeva così poco. Fino a Mondiali 2018. In quell’occasione, ogni giocatore ha dilatato i tempi di reazione: prendeva un bel respiro, controllava e impostava la postura, e a quel punto eseguiva il tiro. In quell’occasione la squadra portò a segno sette rigori su otto.

Sappiamo bene quanto sia importante tirare un momento il freno quando siamo sotto pressione. A volte basta prendere un respiro in più prima di parlare, o attendere un secondo in più prima di affrontare una prova a cui teniamo particolarmente. Calma e compostezza sono nostre alleate, eppure spesso agiamo, parliamo o addirittura pensiamo in modo troppo impulsivo.

Ricorda:

chi va piano va sano e va lontano.

Le tue reazioni sono importanti

Pare che se un giocatore dopo aver sbloccato un pareggio con un calcio di rigore esulti in modo evidente, alzando ad esempio una o entrambe le braccia, la sua squadra abbia più probabilità di vincere.

Gli psicologi ritengono che il linguaggio del corpo abbia un ruolo significativo nel diffondere una sorta di contagio emotivo nei compagni di squadra, e che contribuisca ad aumentare la pressione nell’avversario che tirerà il calcio di rigore successivo. È anche molto importante abbracciare o comunque sostenere il calciatore che ha fallito un rigore, dando così un messaggio di unità e solidarietà tra i compagni di squadra. Chi dovrà tirare il rigore successivo, inoltre, saprà che in caso di fallimento avrà comunque il supporto della squadra, e potrà quindi concentrarsi meglio sul tiro in sé e non sulle sue conseguenze.

Il linguaggio del corpo è alla base della comunicazione non verbale. Postura eretta, stretta di mano decisa, contatto visivo, e l’imitazione della postura altrui (mirroring) possono essere molto efficaci nell’ambiente di lavoro.

Allo stesso modo, un calciatore deve saper affrontare il dischetto di rigore a testa alta, con piglio deciso, guardando negli occhi il portiere avversario. E il tiro andato a segno va celebrato, per il bene di tutta la squadra. Inoltre, può funzionare come leva psicologica per mettere sotto pressione gli avversari.

Non complicarti la vita inutilmente

Michael Anderson, un neuroscienziato dell’Università di Cambridge, ha condotto un esperimento su di una classe di golfisti, divisi in due gruppi, chiedendo loro di eseguire un tiro dalla stessa distanza. I golfisti hanno poi avuto una pausa di cinque minuti, in cui a metà di loro è stato chiesto di annotare per iscritto ogni aspetto tecnico del tiro appena effettuato, e all’altra metà di osservare alcune fotografie di spiagge e di auto. Dopodiché, ognuno ha ripetuto il tiro.

I golfisti che sono rimasti concentrati sul golf durante la pausa hanno effettuato un secondo tiro peggiore del primo. Cosa c’entra questo con i calci di rigore? Come ha scritto Lyttleton in “Undici metri. Arte e psicologia del calcio di rigore”, concentrarsi eccessivamente su di un obiettivo può portare a un risultato negativo. I calciatori, quindi, devono elaborare una loro strategia riguardo a cosa pensare mentre compiono quei fatidici passi verso il dischetto di rigore.

Spesso ci preoccupiamo che una riunione o una valutazione di rendimento possano andare male, o siamo eccessivamente stressati da una deadline che si avvicina. In certi momenti, invece, sarebbe meglio concentrarsi sul processo, sui singoli step che portano alla chiusura di un progetto o al raggiungimento di un obiettivo. Se conosciamo ogni aspetto del processo, e sappiamo di essere in grado di svolgerne ogni singola fase, se siamo consapevoli di avere le capacità ed i mezzi per farlo, non ha senso preoccuparsi del risultato. Volendo usare un modo di dire, equivarrebbe a “fasciarsi la testa prima di essersela rotta”.

Alta autostima e sicurezza di sé non garantiscono sempre il successo

Lo psicologo sportivo Georg Froese organizzò una gara di calci di rigore, a cui parteciparono 40 calciatori tedeschi di ogni categoria, sia dilettanti che professionisti. La gara si svolgeva in due giornate, ed ogni partecipante doveva compilare un approfondito questionario sulla personalità. Froese scoprì che il principale indicatore di successo non consisteva nel grado di autostima o in qualche innata capacità calcistica, ma in ciò che dichiaravano i partecipanti riguardo alla loro ansia da prestazione e nel modo in cui reagivano alla pressione della competizione. Il vincitore della gara, alla fine, fu un giocatore della più bassa divisione tedesca.

Lo studio di Froese fu in parte ispirato dall’ex allenatore della Nazionale Italiana Marcello Lippi. L’Italia vinse la finale dei Mondiali 2006 grazie a un rigore contro la Francia. Lippi poteva scegliere se far tirare il rigore a Luca Toni o a Vincenzo Iaquinta, entrambi esperti attaccanti di riconosciuto valore. Optò invece per Fabio Grosso, un trequartista con un breve passato nelle retrovie della serie B, al suo assoluto esordio nella Nazionale. L’allenatore era infatti convinto che proprio grazie alla sua inesperienza avrebbe saputo gestire la pressione di quegli attimi meglio dei giocatori più titolati. Grosso finalizzò il rigore e l’Italia vinse il Mondiale.

L’esperienza nel lavoro, come pure nella vita, ci ha spesso insegnato che non sempre chi si mette più in evidenza è migliore o più qualificato di altri. I nostri bias cognitivi lavorano in un modo per cui le personalità più estroverse possono sembrarci più adatte per alcuni importanti compiti, anche se non lo sono. Bisogna sapersi guardare attorno e capire chi è in grado di agire meglio sotto pressione. Una persona introversa potrebbe risultare più adatta.

Non è un caso che spesso siano stati proprio giocatori ai più alti vertici della propria carriera a sbagliare i rigori più decisivi. Basti pensare a Roberto Baggio ai Mondiali del 1994, o a Platini, Messi, Ronaldo, Beckham. Maradona sbagliò ben cinque rigori di fila. Perché? Perché la loro posizione di primissimo piano ha comportato un eccessivo carico di stress nel farli sentire colpevoli in caso di fallimento agli occhi della squadra, del CT, dei tifosi.

Limitarsi a ridurre il fallimento o il successo a questioni di pura fatalità in ogni situazione che richieda un certo livello di abilità, competenza e preparazione, che si parli di un progetto o di un calcio di rigore, può essere un modo come un altro per sfuggire alle proprie responsabilità, anche e soprattutto quando sono implicati determinati livelli di stress.

Southgate ebbe il coraggio di cambiare questa prospettiva nell’affrontare i calci di rigore, e sviluppò un processo di allenamento psicofisico che aiutò l’Inghilterra a giocare al meglio le proprie carte, e insegnandoci che pratica, pazienza e alcune intuizioni psicologiche possono rivelarsi determinanti in tutte le situazioni in cui adrenalina e pressione possono condizionare le nostre azioni.

Stefano

Dal 2001 scrivo per siti internet e blog (passando per quelle che una volta erano le webzine, le community, ecc ecc). Lavoro in proprio come freelance e collaboro con diverse agenzie di comunicazione e ...

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