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Il primo studio sul nomadismo digitale in Italia

Il primo studio sul nomadismo digitale in Italia

Anche nel Belpaese si è diffuso un fenomeno legato al mondo del web e della tecnologia. Sono sempre più diffusi i cosiddetti “nomadi digitali”, ovvero persone che conducono la propria vita lavorativa e personale spostandosi continuamente in giro per il mondo. In fondo, se per lavorare basta un notebook e una connessione a internet, perché non approfittarne?

 

Il nomadismo digitale è ormai una realtà sempre più diffusa, un vero e proprio fenomeno evolutivo dell’era digitale a cui aspirano persone di diversa età e formazione professionale.

Si tratta in effetti di uno stile di vita basato sulla ricerca del perfetto work/life balance, che interessa non soltanto freelance ma anche lavoratori dipendenti intenzionati a dare una svolta alla propria vita, ricercando flessibilità e indipendenza.

Un trend in continua crescita, che apre la possibilità a nuove ed interessanti opportunità di sviluppo per aziende e territori, e che si va sempre più affermando anche in Italia.

Lo conferma il “Primo Rapporto sul Nomadismo Digitale in Italia” effettuato dall’Associazione Italiana Nomadi Digitali – recentemente costituita dai fondatori del sito www.nomadidigitali.it), redatto a partire da un sondaggio rivolto a oltre 1300 tra imprenditori, professionisti, freelance e lavoratori dipendenti al fine di individuare quale sia nel nostro Paese la reale conoscenza e consapevolezza del fenomeno “nomadi digitali“, evidenziandone i bisogni, le esigenze e le criticità.

Che cos’è il nomadismo digitale e chi sono i nomadi digitali?

“Il concetto di nomadismo digitale è molto semplice: si tratta della possibilità di lavorare in remoto dal proprio computer mentre si gira il mondo. Ciò che più mi affascinava non era tanto la prospettiva di lavorare viaggiando. Certo, sognavo già ad occhi aperti quella vita spettacolare, ma ciò che volevo più di ogni altra cosa era la libertà.”

Tratto da “Le coordinate della felicità“ di Gianluca Gotto

Secondo il sondaggio, sono soprattutto freelance e liberi professionisti a considerarsi nomadi digitali, costituendo il 41% degli intervistati (20% freelance e 20% liberi professionisti).

A seguire – e questo è già di per sé un dato interessante – sono i lavoratori dipendenti (38%), anche grazie alle esperienze di smart working maturate nella fase di maggiore intensità della pandemia da COVID-19.
Ci sono poi i non occupati in cerca di lavoro (13%), che quanto meno aspirano a diventarlo, mentre – altro dato da non sottovalutare – il fanalino di coda è costituito dagli imprenditori (8%).

Durante la pandemia, quindi, molti lavoratori sembrano aver riconsiderato le proprie priorità, scegliendo o quantomeno desiderando uno stile di vita diverso rispetto alle generazioni precedenti, cercando in particolare di coniugare smart working e lavoro in presenza.

Tra gli intervistati, infatti,  il 71% lavora già in remoto e tra questi il 31% alterna lavoro da remoto e lavoro in presenza.

La composizione anagrafica delle persone interessate al nomadismo digitale

I dati forniti dal “Primo Rapporto sul Nomadismo Digitale in Italia” indicano che a definirsi nomadi digitali o ad aspirare a diventarlo sono principalmente donne e uomini tra i 30 e i 49 anni (64%), gli over 50 (27%) e infine gli under 30, che rappresentano soltanto il 9% degli intervistati.

In sostanza, maggiore è l’età e maggiore è la consapevolezza che il lavoro da remoto rappresenti un’opportunità sia per spostarsi liberamente sia per perseguire la propria realizzazione personale e gestire meglio il proprio tempo.

Tra i dati più interessanti emersi dal sondaggio pare inoltre che siano le donne (54%) a bilanciare meglio vita privata e professionale e a dare maggiore importanza alla libertà di gestione del proprio tempo, attestandosi quindi in netta maggioranza tra i nomadi digitali rispetto agli uomini (46%).

Viene quindi sfatata la concezione del nomade digitale identificato come “giovane con zaino in spalla che lascia le sicurezze della famiglia e del lavoro fisso per inseguire un sogno e girare il mondo”, ancora oggi spesso proposta dai media digitali a caccia di clic.

Il profilo professionale degli interessati al nomadismo digitale

I partecipanti al sondaggio rivelano un tasso di istruzione mediamente elevato, con il 57% di intervistati in possesso di almeno una laurea (il 26% con un master) ed il 39% di diplomati.

Gli ambiti lavorativi dei partecipanti al sondaggio sono diversi e numerosi, evidenziando un altro dato degno di nota: il settore IT, tradizionalmente associato al nomadismo digitale, rappresenta soltanto il 17% delle professioni degli intervistati, mentre il 26% opera in settori come:

  • Architettura e Ingegneria
  • Contabilità e Amministrazione
  • Customer Support
  • Risorse Umane
  • E-Commerce
  • Comunicazione e Marketing
  • Insegnamento e formazione
  • Grafica e Design
  • Scrittura e Traduzione

Tra quanti sono interessati al nomadismo digitale, un altro dato  rilevante è la versatilità professionale: un intervistato su due lavora in più di 2 settori differenti.

Perché diventare nomadi digitali?

Come è già stato anticipato, indipendenza e flessibilità costituiscono i principali obiettivi di chi è già un nomade digitale e di chi aspira a diventarlo, tuttavia le motivazioni alla base di questa decisione sono molteplici.

Da quanto è emerso dalla ricerca, mentre le fasce più giovani guardano al nomadismo digitale per la possibilità di spostarsi e vivere ovunque, quelle più adulte puntano a obiettivi come la ricerca di nuove opportunità lavorative e la crescita personale.

Ecco che quindi l’Italia potrebbe svolgere un ruolo fondamentale nella crescita di questo fenomeno, visto che oltre il 97% degli intervistati dichiara di soggiornare soprattutto in Italia e nel resto d’Europa, mentre soltanto il 2% al di fuori del Vecchio Continente.

“Permettere alle persone di lavorare da remoto da ovunque, significa promuovere la qualità della vita e permettere alle aziende di avere accesso ai migliori talenti ovunque essi si trovino”.
Alberto Mattei, fondatore nel 2010 del sito nomadidigitali.it e Presidente dell’Associazione Italiana Nomadi Digitali.

I punti deboli del nomadismo digitale

Tra le principali problematiche lamentate dai nomadi digitali c’è sicuramente la burocrazia.
Complessità burocratica e fiscale mettono infatti sia i nomadi digitali che i lavoratori da remoto italiani di fronte a maggiori difficoltà rispetto ai lavoratori di altri Paesi, limitando le opportunità di attrarre questo tipo di professionisti dal resto del mondo.

A ciò si aggiungono eccessivi adempimenti formali, con leggi e normative contrattuali ancora troppo complesse e non adeguate alle esigenze di un contesto nuovo e in veloce evoluzione. Il 12% degli intervistati, inoltre, non si sente legalmente tutelato.

Ma i partecipanti al sondaggio hanno evidenziato anche altre criticità, come ad esempio un approccio culturale dei manager delle imprese italiane ancora troppo basato sul controllo e la presenza fisica sul posto di lavoro, confermato dalle ancora troppo limitate offerte di lavoro da remoto al 100% anywhere.

Aspettative

Le donne e gli uomini italiani interessati al nomadismo digitale dimostrano una netta e diffusa consapevolezza che questo nuovo stile debba essere sostenuto anche da un cambiamento culturale nel mondo delle imprese.

Le aspettative sono alte, ma i partecipanti al sondaggio riconoscono una crescente diffusione ed evoluzione del lavoro da remoto e si dicono pertanto fiduciosi nelle opportunità che ciò può offrire, in termini di  ricerca di nuovi clienti, miglioramento della propria situazione professionale e creazione di nuove professionalità.

I nomadi digitali desiderano inoltre creare relazioni con le altre persone e si rivelano sensibili alla volontà di apportare un impatto positivo per l’ambiente.

Bisogni

Secondo i partecipanti al sondaggio è in primo luogo necessario ampliare i network professionali sia all’interno della community dei nomadi digitali, che nell’ambito delle comunità in cui operano, facendo  rete per creare nuove opportunità (36%).
Il 30% vorrebbe che venissero approfonditi anche aspetti della vita nomade digitale che non riguardano esclusivamente il lavoro (30%), mentre il 34% chiede a gran voce l’introduzione di una specifica formazione professionale e sulle metodologie di lavoro da remoto.

Considerazioni finali sul nuovo fenomeno

I risultati del sondaggio raccolti in questo primo report sono estremamente interessanti e utili per approfondire la portata del nomadismo digitale e dei risvolti che potrà avere per la nostra società nel suo complesso, dalle persone ai territori, dagli enti pubblici alle aziende.

Come si evince dai dati della ricerca, non si tratta più di una “nicchia giovanile”, ma di un fenomeno che riguarda professionisti, freelance, lavoratori dipendenti sempre più interessati a un nuovo stile di vita che consenta di coniugare libertà di tempo e di spostamento alla crescita professionale e al sostegno allo sviluppo economico, sociale culturale delle comunità in cui operano.

Un vero e proprio cambiamento epocale che molti Paesi esteri stanno sostenendo sia con offerte di lavoro “100% anywhere” sia creando le condizioni per attrarre nomadi digitali sui propri territori.

È quindi di fondamentale importanza che anche in Italia sia le imprese private che le istituzioni pubbliche locali e nazionali siano pienamente consapevoli di questo fenomeno. L’obiettivo è offrire nuove opportunità professionali e un ambiente favorevole per trattenere e attrarre nel proprio territorio i nomadi digitali di maggiore talento

Stefano

Dal 2001 scrivo per siti internet e blog (passando per quelle che una volta erano le webzine, le community, ecc ecc). Lavoro in proprio come freelance e collaboro con diverse agenzie di comunicazione e ...

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