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Artigiani digitali, ecco chi sono i protagonisti della nuova rivoluzione industriale

Artigiani Digitali - Chi sono i Maker

Scopriamo come è nato l’artigianato digitale e chi sono i protagonisti di questa controcultura che mira a formulare le basi di nuovi processi produttivi emergenti dal basso e su piccola scala.

 

”La prossima rivoluzione industriale sarà guidata da una nuova generazione di piccole imprese, a cavallo tra l’alta tecnologia e l’artigianato, capace di fornire prodotti innovativi, altamente personalizzati, a scala limitata…”

– Chris Anderson

Artigiano digitale o maker. Un tentativo di definizione

Un artigiano digitalemaker, nel linguaggio comune – è chi pensa, progetta e produce in modo creativo ed autonomo un manufatto, generalmente connesso con l’informatica e sempre più con la sostenibilità. Una sorta di bricoleur tecnologico, che seguendo la filosofia del DIY (Do It Yourself) sperimenta nuovi approcci produttivi, basati su tecnologie low-cost che spesso includono l’upcycling, ossia il riuso creativo e la conversione migliorativa di componenti recuperati da prodotti dismessi o materie prime di scarto.

Il termine maker deriva dalle community di programmatori hardware e software open source, e si è poi esteso a tutti questi “artigiani del 21esimo secolo” che operano negli ambiti dell’hi-tech, del design, dell’arte e di altri settori spesso interconnessi fra loro ma tutti in genere ispirati a modelli di business alternativi.

Tra gli interessi tipici degli artigiani digitali vi sono realizzazioni di tipo ingegneristico, come apparecchiature elettroniche, realizzazioni robotiche, dispositivi per la stampa 3D, e apparecchiature a controllo numerico. Sono anche contemplate attività più convenzionali, come la lavorazione dei metalli, del legno e l’artigianato tradizionale.

Per molti aspetti, si tratta di un approccio rivoluzionario nel senso letterale del termine, in quanto gli artigiani digitali tendono a mettere in discussione le basi fondanti della società produttiva industriale e capitalistica slegandosi dal ruolo di fruitore/consumatore passivo e rielaborando un’idea/prodotto attraverso un processo di decostruzione/ricostruzione per adattarla e renderla fruibile alle esigenze quotidiane proprie e del prossimo.

Si è parlato di filosofia Do It Yourself, ma sarebbe più coerente parlare di Do It Together, dato che la condivisione – espressa nei concetti di open source e community – è il vero e proprio punto di contatto tra i vari artigiani digitali, che possono essere indifferentemente appassionati di tecnologia, educatori, pensatori, inventori, ingegneri, autori, artisti, studenti, artigiani, ma anche startup, imprese e gruppi di persone che individuano problemi, li risolvono e li condividono per cercare di creare una società maggiormente sostenibile, nel senso più ampio del concetto.

L’artigianato digitale, quindi, è sostanzialmente una controcultura, che mira a formulare le basi di nuovi processi di innovazione tecnologica e produttiva, emergenti dal basso e su piccola scala. Questi, a loro volta, grazie alla filosofia open source e all’adozione di licenze libere, permetterebbero di innescare effetti virtuosi ed esponenziali, per cui un numero sempre crescente di community di maker sperimentano a loro volta nuovi approcci produttivi basati su tecnologie a basso costo, fino alla prefigurazione di una nuova rivoluzione industriale.

Origini ed evoluzione

La nascita della subcultura dell’artigianato digitale è strettamente associata alla nascita di spazi hacker, ovvero di spazi di innovazione collaborativa. Va puntualizzato che il termine hacker ha assunto la valenza negativa di “pirata informatico” per lo più a causa di un suo errato – o quantomeno superficiale – utilizzo da parte dei media: un hacker è chi, grazie a particolari abilità e predisposizione, esplora e crea nuove possibilità anche analizzando e modificando i sistemi informatici, ma non soltanto in quell’ambito. Pensiamo, ad esempio, a Ikea Hackers.

Ad ogni modo, se nel 2009 negli Stati Uniti d’America si contavano sì e no un centinaio di spazi hacker, oggi i maker possono contare su di una comunità internazionale presente in oltre 100 paesi e condividono informazioni e conoscenze sia nel web sia in veri e propri luoghi fisici, chiamati fablab (fabrication laboratory) o makerspace.

Gli strumenti di lavoro del maker

I laboratori per maker, o fablab (fabrication laboratory) sono spazi in cui chiunque può realizzare piccoli e grandi progetti. Sono generalmente attrezzati con una serie di strumenti digitali che coprono diverse esigenze e che consentono di produrre oggetti e prodotti con svariate tipologie di materiali.

L’artigiano digitale utilizza soprattutto frese e stampanti 3D ma anche software e hardware open source.

Tra le principali attività legate alla figura dei maker ci sono infatti la modellazione e la stampa 3D. Per modellazione 3D si intende quel processo che crea una qualsiasi forma tridimensionale in uno spazio virtuale, il modello, attraverso particolari programmi software per computer, i modellatori. La stampa 3D permette di passare dal modello virtuale all’oggetto reale e trova applicazione in vari ambiti, da quello scientifico a quello artistico, passando per il food.

Artigiani digitali e dove trovarli

I makersplace più influenti sono ad esempio il NYC Resistor, A2 Mech Shop e TechShop, quest’ultima già configurata come organizzazione ai fini di lucro.

A questi si possono aggiungere anche ambienti accademici come il Massachusetts Institute of Technology e le relative aree d’acquisto (es. MIT Hobby Shop).

In Italia, il primo e più importante makersplace è Fablab Torino, ospitato nelle ex Officine Arduino. Qui si possono apprendere la fresatura e il taglio laser, ma anche nozioni di acustica per la realizzazione di stereo portatili e boombox.

Ci sono poi numerose community online, come ad esempio il gruppo Facebook Fabber in Italia, e una serie di hackaton – hacker marathon – e di fiere in cui gli artigiani digitali si riuniscono per condividere le proprie invenzioni, partecipare a workshop e presentare le loro idee a possibili investitori.

La prima Maker Faire “ufficiale” è stata organizzata a San Mateo (California) nel 2006 dal mensile “Make”.

Oggi se ne contano più di una trentina all’anno in tutto il mondo, tra cui spicca la European Makers Faire di Roma. C’è poi un vasto sottobosco di eventi minori, come ad esempio al Mini Makers Faire di Trieste, oltre ad un numero indefinito di raduni e workshop organizzati dai gruppi locali di artigiani digitali in ogni parte del mondo.

Lo sviluppo della (contro)cultura dell’artigianato digitale ha già da tempo portato questo fenomeno all’attenzione non soltanto dell’industria, ma anche delle politiche statali, che intendono investire nell’innovazione, incoraggiando e agevolando questo tipo di iniziative ad esempio all’interno delle università e attraverso interconnessioni sempre più dirette tra formazione e impresa.

Perché, come sostiene Stefano Micelli, autore del libro Futuro Artigiano (Marsilio Editore)

“Un artigiano che decide di confrontarsi con una comunità internazionale per proporre la sua eccellenza all’interno di filiere globali è un artigiano che costringe l’intero paese a ripensare se stesso, la sua storia e il suo futuro”.

Stefano

Dal 2001 scrivo per siti internet e blog (passando per quelle che una volta erano le webzine, le community, ecc ecc). Lavoro in proprio come freelance e collaboro con diverse agenzie di comunicazione e ...

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