Fabio Carraro

Fabio Carraro (H-umus, H-Farm) e i consigli agli startupper – Parte 1/2

Intervista a Fabio Carraro CEO di H-umus che parla della sua avventura nel mondo delle startup e elargisce qualche consiglio ai nuovi startupper

Visto che di recente abbiamo parlato degli incubatori di startup in Italia, oggi vorremmo riportare l’intervista realizzata da noi di Danea a Fabio Carraro: una delle figure cardine di H-Farm e di H-Umus.

Dopo la laurea in Economia, Fabio collabora con diverse multinazionali, gira il mondo alla ricerca di esperienze volte a stimolarlo a livello professionale e, di punto in bianco, grazie a un’opportunità proposta da un ex collega, sceglie di buttarsi a capofitto nello sviluppo di una nuova azienda, che lo proietta a tutti gli effetti nella sua prima vera e propria esperienza da startupper.

Corre l’anno 2007 quando ad H-Farm gli propongono di seguire la nascita e la crescita di H-Umus, realtà associata pronta ad occuparsi di tecnologia, store e strumenti di vendita. Obiettivi? Migliorare la relazione uomo-macchina con tecnologie di ultima generazione come il touchscreen o il bluetooth e creare un dialogo tra brand-cliente finale attraverso l’interazione semplificata.

Dalle origini ad oggi, anche grazie al contributo di Carraro, H-Umus diventa prima società di servizi, poi società di prodotto del gruppo TeamSystem ( con l’acquisizione nel 2012), concentrata sul settore del fashion, sulla tecnologia i-Pad, iOS e web application, oltre che sulla progettazione e diffusione di Nuxie: uno strumento in grado di supportare l’attività di presentazione e vendita di collezioni fashion, utilizzato da alcune tra le maggiori realtà al mondo.

Ecco riportata di seguito l’intervista a Fabio che, gentilmente, ci ha dedicato parte del proprio tempo per dare qualche buon consiglio ai tanti startupper intenti ad avviare nuove imprese: una serie di suggerimenti utili per fondare aziende vincenti.

Dopo diverse esperienze in alcune aziende internazionali di consulenza, cosa ti ha spinto ad entrare nel mondo di H-Farm in veste di startupper?

Di sicuro la voglia di cambiamento e il desiderio di mettermi in gioco: in quel periodo cercavo qualcosa di nuovo e questa struttura mi ha dato delle grandi possibilità di svolta. Ero una persona che aveva già sperimentato una serie di collaborazioni lavorative interessanti e quello che volevo davvero era provare esperienze diverse in grado di darmi degli stimoli che, fino a quel momento, non ero ancora riuscito a trovare. L’obiettivo era cercare di aprirmi il più possibile ad opportunità differenti, cosa resa possibile anche dal fatto che, mentre ora ho una famiglia con due bambini a cui pensare, prima ero più libero, tranquillo e meno vincolato, soprattutto dal punto di vista delle responsabilità.

Com’è stato il tuo approccio da startupper?

Quando mi sono mosso da startupper l’ho fatto come tutti quelli che cercano di realizzare dei progetti avveniristici, senza rendermi conto del fatto che in un’impresa tradizionale le idee più “normali” sono le uniche ad essere percepite come innovative.

Poi però, con il passare del tempo, ho capito che per avere successo bisogna prima di tutto ascoltare le esigenze del mercato e ho cominciato a fare il possibile per non innamorarmi più di idee troppo futuristiche, trovando dei compromessi che soddisfacessero le mie ambizioni e al contempo anche le reali necessità aziendali.

Se nella fase iniziale ho quindi cercato di vendere progetti appaganti che mi permettessero di lavorare su tematiche di frontiera, poi ha prevalso il bisogno imminente di farmi comprendere da realtà commerciali reali con problemi altrettanto reali da gestire nel quotidiano.

Cos’hai cambiato nel tuo modo di procedere per riuscire in tutto questo?

Ho avuto l’accortezza di accorgermi che all’inizio c’era una vera e propria difficoltà di linguaggio per la quale, se non venivo compreso non vendevo. Allora mi sono fermato, ho fatto un passo indietro con l’obiettivo di farne in futuro tanti di più in avanti e ho analizzato la situazione commerciale per capire cosa fosse effettivamente vendibile. Solo dopo questa vera e propria trasformazione di pensiero, ho rimodulato l’intera offerta progettando qualcosa di tangibile, che desse come risultato un sistema pensato su misura per assecondare le richieste dei clienti.

Qual è stato il risultato?

Questa profonda evoluzione ha portato allo sviluppo di una piattaforma di presentazione e vendita in grado di fungere da catalogo digitale da utilizzare all’interno degli show-room, come anche nelle reti di vendita. Una soluzione pensata sia per chi sta effettivamente in negozio, sia per gli agenti che, girando il territorio, possono presentare al meglio i propri prodotti, proponendoli-vendendoli in dinamiche offline, davanti ad un caffè, in uno store, ecc.: lo strumento ideale che offre una concreta opportunità per aumentare la resa produttiva.

Oltre all’abilità di individuare l’errore che stavi commettendo nella fase iniziale, quali sono state le altre mosse vincenti che ti hanno permesso di diventare un professionista di successo?

Sicuramente la capacità di comprendere cosa il mercato effettivamente volesse, l’audacia di circondarmi di un team pronto a lavorare con il cuore per raggiungere gli obiettivi prefissati e la prontezza a muovermi velocemente permettendo al mio progetto di non ancorarsi.

Sono dell’idea che perdere anni a cercare di realizzare il prodotto perfetto per metterlo nel mercato sia una scelta completamente sbagliata: nello step iniziale si può anche proporre una semplice beta, per ricavare il tempo necessario a raccogliere i feedback dei clienti, con i quali, in una dinamica di co-progettazione, migliorare il progetto in corso d’opera.

Poco fa hai parlato del concetto di team: lo consideri davvero un componente fondamentale?

Assolutamente fondamentale perché, senza un team preparato di persone che lavorano con talento e cuore, non si va proprio da nessuna parte. E’ come una grande famiglia da gestire con degli equilibri precisi che vanno creati e difesi, soprattutto nel caso delle startup, dove i fondi non sono mai troppo alti. In queste situazioni ci vogliono sacrifici, determinazione, competenza e tanta voglia di raggiungere a tutti i costi un obiettivo comune che possa, nel tempo, dare delle grandi soddisfazioni.

Cosa serve per colpire nel segno?

Per esperienza personale posso sicuramente dire che servono sempre un pizzico di follia, la voglia di buttarsi anima e corpo in un nuovo progetto e l’abilità di proporre una soluzione che sappia rivelarsi concreta ma, soprattutto, utile per chi andrà ad utilizzarla. Il giusto mix volto ad ottenere risultati tutt’altro che mediocri.

Cosa consiglieresti di fare ad uno startupper che avvia la propria attività per partire col piede giusto ed evitare mosse azzardate?

Consiglio innanzitutto di pensare in grande ragionando per step ed obiettivi scanditi da raggiungere nel tempo: avere una buona idea significa puntare a qualcosa di realizzabile, che possa essere scomposto in base ad una tabella di marcia da rispettare in tutti i suoi punti, ricordandosi bene di puntare sempre ad una buona esecuzione. Qualità esecutiva e team competente sono fondamentali, come del resto anche la facilità del progetto.

E cosa sconsiglieresti di fare?

Attenzione a non vergognarsi mai di lavorare per un’azienda che produce qualcosa di semplice (prodotto, servizio o web application che sia.), perché, anche se questo qualcosa risulta semplice per l’utente finale, dietro può nascondere tantissima complessità.

Non vergognarsi mai di proporre una cosa semplice ma, al contempo, utile: se è semplice si racconta bene, si fa comprendere e stimola l’acquisto.

In questo modo viene riconosciuto dal mercato un valore effettivo per il prodotto messo a disposizione, mentre, chi si ostina a sviluppare l’idea del secolo rischia di non essere compreso e di fallire miseramente con grande frustrazione dell’intero team.

A tuo parere cosa manca a molti startuppers italiani per colpire nel segno? Dove sbagliano? Qual è l’errore più comune?

Sbagliano nel non dare al mercato ciò di cui ha davvero bisogno ma, soprattutto, nel temporeggiare senza imporsi degli obiettivi velocemente raggiungibili,

evitando di pubblicare subito il prodotto: tutti hanno paura di uscire in pubblico e di prendersi delle critiche ma, in realtà, bisogna capire che, se si sviluppa un prodotto con delle funzionalità precise, questo va pubblicato al più presto senza tergiversare.

>>> Vai alla Seconda Parte dell’Intervista a Fabio Carraro tra startup e incubatori! >>>


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Alice

Nasco a Milano nel 1985 e il primo ricordo di scuola è il quaderno coi temi d’italiano che ancora conservo. Frequento il liceo artistico a Padova, ma passo intere giornate a scrivere racconti sugli ...

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