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Scorte di magazzino, bilancio e risparmio sulle imposte: Sì ma No!

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Alterare i dati delle scorte di magazzino per “aggiustare” il bilancio è una tentazione che può portare a gravissime conseguenze, ecco perchè!

 

Molto spesso, soprattutto alla fine dell’anno e in prossimità della chiusura del bilancio, una posta contabile che causa problematiche e possibili contestazioni da parte del fisco in sede di controllo è la quantificazione e la conseguente valorizzazione delle rimanenze o scorte di magazzino.

Le rimanenze di magazzino rappresentano beni destinati alla vendita o che concorrono alla produzione di beni destinati alla vendita nella normale attività della società, che alla fine dell’esercizio sono in giacenza presso i locali dell’impresa o presso soggetti terzi.

Le principali tipologie di rimanenze di magazzino che devono essere valorizzate sono:

  • le materie prime, ivi compresi i beni acquistati soggetti ad ulteriori processi di trasformazione (cd. semilavorati di acquisto);
  • le materie sussidiarie e di consumo (costituite da materiali usati indirettamente nella produzione);
  • i prodotti in corso di lavorazione (materiali, parti e assiemi in fase di avanzamento);
  • i semilavorati (parti finite di produzione interna destinate ad essere utilizzate in un successivo processo produttivo);
  • le merci (beni acquistati per la rivendita senza subire rilevanti trasformazioni);
  • i prodotti finiti (prodotti di propria fabbricazione).

Ai fini della redazione del bilancio d’esercizio di un’impresa occorre procedere alla rilevazione delle quantità fisiche di beni in giacenza da valorizzare, rilevazione che può avvenire attraverso la conta fisica dei beni (inventario fisico) ovvero attraverso un sistema affidabile di scritture contabili di magazzino. Anche nel caso in cui l’impresa di doti di una contabilità di magazzino comunque almeno una volta all’anno l’importo che risulta dalla contabilità deve essere comprovato attraverso un’effettiva conta fisica dei beni.

Una volta effettuato l’inventario fisico è necessario attribuirvi un valore: l’art. 2426, numero 9 del c.c. prevede che le rimanenze di magazzino vengano valutate in bilancio al minore tra il costo di acquisto o produzione e il valore di realizzazione desumibile dal mercato. 

Da un punto di vista contabile una delle principali scritture di integrazione e di rettifiche necessarie per la predisposizione del bilancio d’esercizio è proprio la rilevazione delle rimanenze finali.

Nel caso in cui alla fine dell’anno tutta la merce acquistata sia stata anche venduta allora non dobbiamo porci alcun problema, in quanto il magazzino sarà pari a zero.

Nel caso in cui invece un’impresa abbia acquistato nel corso dell’anno merce da destinare alla rivendita e alla chiusura dell’esercizio non l’abbia ancora venduta allora dovremo procedere alla valorizzazione della merce in magazzino attraverso un’apposita registrazione contabile.

Perchè? 

Per applicare correttamente il principio di competenza economica, che vuole che i costi sostenuti in un esercizio siano correlati ai relativi ricavi: se ancora non ho venduto tutta la merce significa che il costo che ho sostenuto per acquistarla ancora non è correlato al ricavo di vendita in quell’esercizio, ma lo sarà solo in un esercizio successivo.

Le rimanenze di fine esercizio rappresentano proprio costi sostenuti per l’acquisto o la produzione di determinati beni, i cui ricavi saranno però realizzati solo nell’esercizio successivo; essi, pertanto, in base al principio della competenza, devono essere rinviati.  

Esempio

Cerchiamo, attraverso un semplice esempio, di capire come funziona la rilevazione delle rimanenze di magazzino e l’impatto che hanno sul bilancio d’esercizio di fine anno della società.

Ipotizziamo il caso di un’impresa che si costituisce nell’anno x e subito dopo la costituzione acquisti merci per un valore pari ad euro 100.000.

Per semplicità supponiamo che tali acquisti siano effettuati in un’unica soluzione.

Ora ipotizziamo che alla chiusura dell’esercizio sia stata venduta metà della merce ricavando 80.000 euro.

Per la corretta predisposizione del bilancio sarà necessario valorizzare le rimanenze delle merci che alla chiusura dell’anno si trovano ancora presso i magazzini dell’impresa: valutandole al costo d’acquisto sostenuto risulterà quindi un magazzino di euro 50.000, importo che andrà ad impattare direttamente sul bilancio dell’azienda.

Infatti, al termine dell’esercizio, nel Conto Economico avremo:

  • il costo totale delle merci acquistate;
  • i ricavi relativi alla merce venduta;
  • la rettifica del costo per effetto delle merci in rimanenza.

RICAVI: + 80.000

VARIAZIONE DELLE RIMANENZE DI MERCI:  + 50.000

COSTI D’ACQUISTO: (100.000)

UTILE (PERDITA): + 30.000

Ecco dunque come anche dal semplice esempio esposto si può capire come la valutazione delle rimanenze possa incidere, anche in maniera significativa sul risultato dell’anno.

Alcuni imprenditori sono portati ingenuamente a pensare che possa essere semplice e conveniente alterare i dati del magazzino per aggiustare il bilancio a fine anno: basterà sovrastimare le rimanenze per aumentare l’utile ed avere un bilancio migliore, magari da esibire alla banca per la richiesta di fidi o finanziamenti, oppure sottostimarle per avere invece un utile più basso e pagare meno imposte.

Soprattutto in realtà piccole dove non esiste contabilità di magazzino o adeguati sistemi di controllo contabile, tali adeguamenti di bilancio sono purtroppo molto frequenti e spesso non ci si rende conto delle conseguenze anche negative a cui si rischia di andare incontro: è bene mettere in evidenza che non è mai una buona soluzione alterare il valore delle rimanenze anche se è una pratica, come detto, adottata da alcuni imprenditori che sono convinti che questa sia una delle “soluzioni” più semplici per aggiustare il proprio bilancio.

Il rischio è che un eventuale controllo del Fisco possa portare ad un’inattendibilità della contabilità che può avere conseguenze ben più gravose del risparmio di imposte conseguito in qualche annualità.

Luca Mambrin

Dottore Commercialista e Revisore contabile a Trieste, se mi avessero domandato ai tempi dell’università “cosa farai da grande” non avrei mai risposto “il dottore commercialista”: ed invece ...

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